Percorsi 2021

La realtà della FUCI Urbino è una delle tante presenti sul territorio, ma cosa contraddistingue questo gruppo dagli altri?

Dai un’occhiata a questo video!

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DEMOCRAZIA IN PERICOLO: ᴄᴏᴍᴇ ʀɪꜱᴠᴇɢʟɪᴀʀᴇ ʟᴇ ᴄᴏꜱᴄɪᴇɴᴢᴇ?

 
“La democrazia ha per presupposto quella concezione secondo cui ogni individuo conta per se stesso, e ogni individuo conta per se stesso perché viene considerato come persona”.
(Norberto Bobbio)
 
Questa eloquente asserzione ci viene snocciolata da Norberto Bobbio. È incredibile la sensibilità con cui strizza l’occhio al concetto di persona. Ed è proprio nella differenza tra “persona” e “uomo” che risiede la sostanza stessa della democrazia.
 
Il 10 dicembre 2020 sulla piattaforma Zoom il gruppo  F.U.C.I. di Urbino  ha condito un prelibato incontro sul tema della democrazia, dal titolo:
 

DEMOCRAZIA IN PERICOLO: ᴄᴏᴍᴇ ʀɪꜱᴠᴇɢʟɪᴀʀᴇ ʟᴇ ᴄᴏꜱᴄɪᴇɴᴢᴇ?”.

 

I seminari che il gruppo F.U.C.I. Urbino vuole organizzare per questo anno accademico tratteranno tematiche concernenti l’attualità e come giovani, è nostro dovere lasciarci toccare da tali dinamiche sociali e informarci in proposito.
 
E infatti, ottimi sono gli spunti di riflessione suggeriti da questo seminario, che ha accompagnato i giovani del gruppo tramite la sapiente partecipazioni di tre ospiti d’eccezione: il dottor Carlo Mascio, il prof. Marco Cangiotti e il prof. Laris Gaiser.
 
Per comprendere a fondo la definizione letta poc’anzi, facciamo un passo indietro. Balziamo sino agli antichi greci, è risaputo che è nel IV secolo a.C. che albeggia la prima forma di democrazia riscontrabile nel continente europeo.
Non possiamo tuttavia mancare un’opera di contestualizzazione: la democrazia di quell’epoca è un concetto sensibilmente diverso da ciò che intendiamo noi oggi. Nella democrazia ateniese, infatti, hanno diritto al voto e alle assemblee solo gli uomini, intesi come cittadini maschi: le donne sono escluse. Peraltro, maggiori di età, e figli di genitori ateniesi: se anche solo uno dei due non gode di cittadinanza ateniese, questa condizione si riversa anche sul figlio, seppur nato nella polis.
È estremamente importante contestualizzare i fatti, quando parliamo di riferimenti storici: solo così possiamo capire la grandezza del passato, e anche la preziosità del presente.

Qual è infatti la differenza tra la democrazia greca di allora e quella attuale?

Abbiamo già scovato la risposta, nelle prime righe dell’articolo: l’UOMO. Il concetto di persona.
 
Norberto Bobbio è un filosofo, politologo, storico e giurista molto importante nel panorama italiano del ‘900. È sua la splendida formula che definisce la concezione democratica come una realtà fondata sulla persona: stiamo usando il termine “persona”, non “uomo”!
Secondo Bobbio, per esplicare tale concetto ci sono due possibili diramazioni: la prima è legata al messaggio cristiano, l’altra delineata nella riflessione filosofica di Kant, cioè illuministica della modernità.
Spiegato in altri termini, non possiamo fare a meno di notare che il concetto di “persona” nasce con il cristianesimo, riapparendo con enfasi molti secoli dopo all’interno del pensiero critico dell’illuminismo – non ci stiamo allontanando dal tema principale, stiamo solo circumnavigando attorno al nucleo centrale per poter approdare con maggior sicurezza.
 
Memori dell’etimologia del termine democrazia (δῆμος, démos, «popolo» e κράτος, krátos, «potere, dunque “governo del popolo”), e alludendo al popolo come insieme di persone, diviene per noi doveroso analizzare la nozione di “persona”.
Qui assistiamo a una collaborazione feconda tra messaggio cristiano e pensiero filosofico.
 
La prima matura definizione dell’uomo come persona la dobbiamo a un filosofo antico, un punto di passaggio tra mondo antico e mondo medievale: Severino Boezio.
Boezio propone una definizione: “naturae rationalis individua substantia”, cioè “sostanza individuale di natura razionale”, in riferimento ad ogni creatura che condivide con Dio la natura intelligente. Anche qui si parte dal greco perché il termine “sostanza”, in greco ypostasis, ὑπόστασις, è utilizzato già nella prima cristianità a proposito del dogma della Trinità per indicare le tre “ipostasi”, Padre, Figlio e Spirito Santo.
È affascinante notare che Boezio pone questa definizione non in un trattato di antropologia filosofica, ma in un trattato teologico: definisce la persona all’interno di un’indagine teologica, dedicata al tentativo di comprendere la doppia natura umana e divina di Cristo (De persona et duabus naturis, cap. 3).
È un aspetto assai curioso, perché evidenzia come per il pensiero cristiano la verità dell’uomo non debba essere cercata nell’investigazione della natura umana, com’è per il pensiero antico, ma come sia necessario indagare la natura di Dio al fine di comprendere l’uomo.
Più precisamente, quindi, la natura trinitaria di Dio.
Per parlare dell’uomo, il cristianesimo tenta di penetrare il mistero cristologico.
 
Possiamo dire che la differenza fra la nuova idea cristiana dell’uomo idea di persona alla base di democrazia e idea antica di uomo risiede nella dichiarazione di tale legame tra umano e divino.
Da questo punto di vista, il contenuto diventa chiaro. Perché se noi ammettiamo l’umano e il divino come due poli, lontani ma fissi sulla medesima retta, allora abbiamo una visione dell’uomo dialogica, polare appunto. E se l’uomo dipende dal divino, ossia il Creatore di tutti gli uomini, questa sarà una definizione valida per tutti, dunque universale. Non particolare, non selettiva, bensì accogliente e definitiva.
 
L’immagine dell’uomo come persona a noi oggi potrebbe sembrare perfino banale (noi usiamo addirittura persona come sinonimo di uomo), ma per il pensiero antico non esiste. Abbiamo già accennato alla visione storica di democrazia presso l’antica Grecia: ricordiamoci che non esistendo l’idea di persona non vi è nemmeno unità di genere umano, nella società antica.
Gli uomini per i greci si dividono in due grandi gruppi: i liberi cittadini di sesso maschile, proprietari di beni e possessi, e schiavi, che appartengono all’uomo libero. Lo schiavo ha l’apparenza esterna dell’uomo, ma è considerato nella sostanza un oggetto di proprietà privata. Non ha valore in sé, ma valore per la sua utilità.
Ecco che davanti ai nostri occhi si dipana con nitidezza la novità introdotta dal cristianesimo. Nel momento in cui il Vangelo asserisce che gli uomini sono persone, e sono tali in quanto hanno una relazione con Dio, sta proclamando l’assoluta uguaglianza che accomuna tutti gli uomini.
Tutti gli esseri umani sono figli dello stesso Creatore.
Questo è importante, o meglio… solo questo.
Di fronte a una verità così alta e brillante, perdono importanza tutte le altre distinzioni fra gli uomini oppure acquisiscono una rinnovata luce, in quanto inserite nell’ambito dell’amore del Creatore?
Ed è così, proprio in questo punto, e dopo un gagliardo e ricco circumnavigare attorno al nucleo, che noi possiamo finalmente toccare il tema centrale! Perché democrazia significa che ogni persona ha un valore riconosciuto, e che ognuno viene riconosciuto come persona.
Non contano il sesso, l’etnia, la posizione sociale o altro. Siamo figli dello stesso Creatore, e ciò è più che sufficiente per attribuire il titolo di persona a chiunque. E in quanto tale, ognuno dovrà essere protetto dalla Costituzione, dallo stato e dalla politica.
 
Sono lampanti le implicazioni politiche suggerite da tali consapevolezze. Perché se l’essere umano è una persona, ossia un ente libero e razionale che vale per se stesso, la comunità politica deve essere edificata a misura di questa persona, seguendo cioè principi di uguaglianza, equalità, di uguali diritti, garanti della stessa libertà. Questo è il principio basilare della democrazia.

Ci sono altri principi della democrazia?

Certamente.
Il binomio diritti – doveri è di assoluta importanza, in questa analisi.
 
La condizione della persona fisica alla quale l’ordinamento dello stato riconosce pienezza di diritti civili e diritti politici viene definita “cittadinanza”.
Si tratta dello status del cittadino, un rapporto giuridico fra cittadino e stato che insiste molto sul concetto di diritto.
Secondo l’opinione del dottor Cangiotti, è in questo ultimo punto che risiederebbe un problema dei nostri tempi.
Per comprenderne il motivo, ci appelliamo alla Costituzione della Repubblica italiana.
L’Articolo 2 recita:
La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
È perentoria la connessione fra riconoscimento di diritti e adempimento di doveri, legame che la Costituzione snocciola proprio nel suo esordio.
Non possiamo scindere gli uni dagli altri, poiché sono entrambe facce della stessa medaglia. Oggi questa connessione appare però frammentata.
Forse, un motivo è da ricercarsi nella complessità della società.

Quella attuale è una società in grado di farsi rappresentare? È davvero possibile scovare dei denominatori comuni, in grado di costituire un continuum ideologico che lega tutti i cittadini?

Si assiste, peraltro, a una dimenticanza dei doveri: se proviamo a scavare nelle profondità di questo fenomeno appare chiara, per mera deduzione logica, la motivazione.
La società di oggi, fondata sul capitalismo e sull’assolutizzazione dell’estetica e delle apparenze, ha partorito un individualismo ormai incontrollabile. Tale atteggiamento etico recide, a livello di mentalità comune, la connessione fra diritto e dovere. Ciò fa innescare un’ulteriore situazione: un oblio, un nascondimento.
Cosa viene nascosto?
La consapevolezza che l’uomo sia un essere relazionale di costituzione comunitaria, ecco cosa.
L’uomo è un individuo, d’accordo, ma se interpreta tale concetto, questo suo essere attore protagonista nei termini di una solitudine, finirà con l’impiegare il potere di cui dispone non per costruire il mondo, ma per distruggerlo.
Il problema sono dunque le venature individualistiche che ramificano nella società odierna.
Oggi ci si comporta come se fossimo tutti “monadi isolate”, e non esseri relazionali.
Occorre ricordarsi che la realtà politica e quindi la democrazia è come una casa: una realtà accogliente, ampia, fatta a misura di tutti, per il benessere della quale però bisogna ricordarsi di condividerne gli spazi con gli altri abitanti.
Non l’Uomo, ma gli uomini abitano la terradeclama Hannah Arendt in Vita Activa.
Secondo la filosofa solo la pluralità può sconfiggere il male, riflessione antropo-filosofica molto vicina a quella condizione dell’uomo in quanto ‘’zoon politikon’’ (animale politico) e ‘’zoon logon echon’’ (animale dotato di parola) suggerita da Aristotele, chiara illusione all’essere razionale e la pluralità è una risorsa.
Tocca a noi ricordarci di possederla.
 
Altra grande questione concernente la democrazia: il ruolo dei media.
I media, arrivando a tutti e dando la possibilità a tutti di partecipare in egual modo, sono fautori di una maggiore democrazia o fonti di una degenerazione di questa?
Possiamo non a torto considerare i media e i social network i nuovi scenari della retorica del nostro millennio. Oratoria e retorica sono sempre andati di pari passo con la politica e con la visione dell’uomo capace sia nell’azione quanto nella parola: secondo Catone il Censore l’uomo giusto deve essere esperto anche nell’arte del parlare, il celebre “vir bonus dicendi peritus” ripreso da Seneca e Quintiliano.
Se è vero che l’oratoria, intesa come arte di saper porgere le questioni, è un dovere del politico, è vero anche che ha come presupposto imperante l’essenza di ciò che viene detto, senza sostanza, quale forma avranno le parole?
Ecco il problema a cui assistiamo oggi. Si tende a unire, come se fossero la stessa cosa, politica e comunicazione.

Può la tendenza totalizzante della comunicazione correre il rischio di distruggere la politica?

La realtà politica si basa su un mulinare di azioni e parole, di agire e discorsi: intreccio del quale la comunicazione si propone come tramite per permettere al resto di essere espresso. È la politica la parte pragmatica, operativa del binomio: fare politica significa, dovrebbe significare, realizzare opere, dare un ordine alle cose. La comunicazione non agisce, presenta l’agire. Se funziona bene, riesce a enunciare il significato delle azioni, renderle chiare e comprensibili a chi sarà poi, in quanto popolo, fruitore di tali progetti.
Ponendo come antitetici questi due elementi, possiamo sintetizzare affermando che l’azione opera, la comunicazione persuade.
Qual è la conseguenza implicita in questa affermazione?
Questa raffinata differenza: l’azione senza comunicazione è depotenziata, la comunicazione senza azione non ha senso. Se l’una è privata di una parte del proprio potere, l’altra viene proprio a perdere l’intero suo potenziale!
 
In una visione utopica, non utopistica, ma realizzabile, sostanziale, della politica concorre una relazione gerarchica tra i due elementi che stiamo analizzando. Non vi è uguaglianza, bensì un rapporto di sudditanza. Dapprima vi è infatti un’azione, un’opera che è stata realizzata, o che vuole essere tale. L’agire è il fine causale della divulgazione. L’arte della parola necessita del punto focale, dell’azione.
La retorica senza pragmaticità è priva di senso: diviene mera illusione, parvenza senza corpo, menzogna ipocrita.
Oggi, purtroppo, possiamo parlare di vero e proprio marketing politico. Si assiste a un prevalere della comunicazione, il quale riduce progressivamente lo spazio dell’agire, fino a farlo scomparire.
Sempre più prepotente è la strumentalizzazione a fini pseudo politici delle fake news, le mistificazioni propinate come se fossero verità. E contro l’esercito delle menzogne che la classe dirigente troppo spesso proclama per fini personali ecco che lo spirito critico del cittadino è urgentemente chiamato a concretare, per davvero, la democrazia.
 
La democrazia necessita di cittadini, questo è chiaro.
Chi è però il cittadino? Di quale tipo di cittadino ha bisogno la democrazia?
Cittadini con spirito critico, capacità intellettuale e grandi capacità di dialogo, ecco di chi ha bisogno la nostra società.
E il cittadino con spirito critico, capace di dialogo e intellettualmente onesto ha bisogno di tre elementi di vitale importanza: conoscenza, formazione e tempo. Il tempo è fondamentale, ci concede il modo per assorbire informazioni.
 
Secondo l’analisi portata avanti dal prof. Gaiser, la conoscenza e il tempo stanno sparendo dall’orizzonte dei cittadini.
Ecco il punto debole del pensiero critico del cittadino e come abbiamo appena visto, se si deflagra il pensiero critico del cittadino viene compromessa l’intera stabilità dell’apparato democratico.
 
Facciamo un confronto sulla base di dati storici: nel XVIII e XIX secolo un uomo riceve mediamente una quantità di informazioni, nell’intero arco della sua vita, pari alla quantità che un uomo del nostro tempo percepisce in meno di un anno. Immaginiamo 70 anni di informazioni compresse in un solo anno! Ecco cosa si intende quando parliamo di “mancanza di tempo”.
Poiché dalla storia si può sempre imparare, affianchiamoci a un ulteriore esempio storico. Andiamo al 1781. Contesto: impero austro-ungarico. Giuseppe II proclama un editto: viene abolita la servitù. Lo stato ha bisogno di essere riformato, rilanciandosi dal punto di vista politico ed economico: per raggiungere questa utopia, gli Asburgo sentenziano che tutti i cittadini devono essere liberi, responsabili e avere la possibilità di formarsi per essere al servizio dello stato. Si ripropone, con loquacità, la connessione di diritti e doveri.
Cosa insegna questo dato storico?
Ammiccando alla matura responsabilità del cittadino, indica l’importanza della facoltà di formarsi, ponderare e decidere, operazioni che devono avvenire con il sottofondo ineludibile del tempo. Privando i cittadini del tempo, entrerà in crisi la piena facoltà di gestire le informazioni concernenti lo stato: ciò porterà, in un tortuoso circolo vizioso, alla non comprensione del binomio diritti – doveri da parte dei cittadini, affiancata a un’incapacità di fondo della classe politica dirigente, troppo focalizzata sull’aspetto estetico delle parole, sulla comunicazione più che sulla sostanza.
Un processo velenoso, catalizzato dal bombardamento di informazioni e fake news, da sfiducia e malcontenti.
Un terremoto molto serio, quello che può colpire l’assetto politico, se non vi è unità. Se manca la compattezza.
Cosa fare dunque per raggiungere questa unità di fondo?
Faremo un ultimo ricorso alla storia, prima di concludere la nostra analisi.
Il contesto con cui concluderemo la nostra riflessione è quello dell’Unione Paneuropea. Nel 1922 compare un primo abbozzo di quella che solo dopo la seconda guerra mondiale diventerà l’Unione Europea. Il manifesto dell’Unione Paneuropea – sviluppato sino all’odierna UE – fonda la cooperazione tra gli stati europei su quattro basi fondamentali:
  • la cooperazione economica;
  • un sistema di arbitrati interni per risolvere le problematiche interne;
  • lo stato di diritto, una garanzia della libertà dei cittadini;
  • il principio di sussidiarietà.
Il principio di sussidiarietà mira a garantire che le decisioni siano adottate il più vicino possibile al cittadino, verificando che l’azione da intraprendere a livello comunitario sia giustificata rispetto alle possibilità offerte dall’azione a livello nazionale, regionale o locale.
Ecco perché ci appelliamo ad esso per concludere la nostra riflessione.
La sussidiarietà si propone di accertarsi delle capacità della cittadinanza.
La comunità ha bisogno di esprimersi, essere educata, essere preparata, avere tempo, digerire. Solo infine può liberamente e genuinamente decidere.
È fondamentale che tutti siamo pronti ad assorbire le informazioni: la democrazia ha bisogno di noi, così come noi cittadini abbiamo bisogno di lei.
La democrazia non è un’imposizione dall’alto, ma come asserisce già la stessa etimologia è il potere del popolo per il popolo.
La speranza è che vi sia una connessione sempre più forte tra la casa e i suoi abitanti, che noi cittadini ci ricordiamo sempre più spesso che viviamo in tale casa.
 

Punto fondamentale: VIVIAMO INSIEME AGLI ALTRI.

L’Altro è parte integrante della politica, dunque l’attenzione, l’ascolto, l’uguaglianza, i diritti e i doveri.

Nulla deve essere dimenticato.
Tutto deve essere curato, per il bene della nostra casa.

 

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