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La realtà della FUCI Urbino è una delle tante presenti sul territorio, ma cosa contraddistingue questo gruppo dagli altri?

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AGROMAFIA – LA SCHIAVITÙ DEGLI INVISIBILI

In tempi di crisi quali quelli attuali, l’agroalimentare è un terreno privilegiato d’investimento della malavita. Sull’intricata questione dell’agromafia il gruppo F.U.C.I. di Urbino ha voluto dedicare una conferenza pubblica, che si è tenuta il 26 Maggio 2021 su Zoom. Ne abbiamo discusso con:

  • Jean René Bilongo, responsabile del Dipartimento Politiche Migratorie della FLAI-CGIL e coordinatore dell’Osservatorio Palcido Rizzotto;
  • Piera Campanella, docente di Diritto Sindacale e del Lavoro presso l’Università di Urbino;
  • Giuseppe Puntarello, responsabile provinciale dell’Associazione Libera contro le mafie nel territorio di Pesaro Urbino.

 

Anzitutto, partiamo dal principio. Che cosa si intende con il termine agromafia?

“Agromafia” non è una definizione giuridica – partiamo da questo presupposto – ma nel linguaggio sia comune sia socio-economico è il termine con cui indichiamo le organizzazioni criminali che operano nel settore agricolo, nel comparto agroindustriale e in tutta la filiera alimentare. Ciò avviene non solo livello base, ovvero di produzione, bensì anche in ulteriori settori produttivi: logistica, trasporto, distribuzione organizzata, attività di ristorazione.

Con riferimento al settore agricolo, è da notare che il rapporto tra la terra e il fenomeno mafioso ha radici lontane ed antiche, il quale per quanto riguarda la gestione dei rapporti di lavoro si è strutturato secondo il sistema del caporalato. Di che cosa si tratta? In pratica, il caporalato è una forma illegale di reclutamento e organizzazione della manodopera nel lavoro. Storicamente, è una figura di lontana memoria, che trova radici in un antico rapporto legale: nel Regno di Napoli era prassi stipulare contratto di anteneria.

Il caporalato è  un sistema illegale, sanzionato in diversi paesi del mondo, giacché viola il principio della Dichiarazione di Filadelfia per cui lavoro non è merce e non può essere fonte di scambio, perché vi è costo umano. Di cosa si tratta? Nel 1944 i membri dell’ILO ribadirono i loro obiettivi adottando la “Dichiarazione di Filadelfia”, in cui si afferma che il lavoro non è una merce e si definiscono diritti umani ed economici di base secondo il principio che “la povertà, ovunque esista, è pericolosa per la prosperità di tutti”.

Cosa possiamo dunque fare, noi giovani e noi tutti? Empatia, formazione a tutti i livelli, e sensibilità unita alla forza per combattere le piaghe che affliggono la società.

 

E’ necessario ricordarsi che legalità non sempre è sinonimo di giustizia: i crimini spesso si nascondono nella legalità, nella norma legislativa. Per fare un esempio, i Decreti Salvini che oggi per fortuna non ci sono più, erano legge, seppur veicoli di ingiustizie e aberrazioni. E’ bene rimembrare che legalità e giustizia non sempre si incrociano perché è soltanto riconoscendo il male che lo si può combattere.

 

Apriamo dunque gli occhi, ascoltiamo i nostri cuori, e non indugiamo di fronte all’annichilimento dell’altrui persona.

 

 

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